17 settembre 2007

Il titolo è nella didascalia

Il fascino suadente della parola tronca, l’obbligo imprescindibile della coerenza espressiva/formale e l’esiguo spazio rimasto all’azione di Dio in un mondo governato da tecnologia e scienza

Non so precisamente come mi sia tornato in mente comunque in prima media su richiesta dell’allora temutissima professoressa di inglese avevo preparato un cartellone da appendere alla parete dell’aula che illustrava a grosse lettere la costruzione della forma interrogativa della frase, ovvero la successione ordinata di ausiliare, soggetto e verbo.
Per rendere più di impatto la combinazione, trascendendo il carisma dello slogan avevo utilizzato lettere maiuscole, colori sgargianti, il punto interrogativo finale d’obbligo, un “+” a raccordo tra i diversi termini mentre gli stessi erano stati riportati nella forma abbreviata.
L’abbreviazione dei primi due, scolastica e incontestata, era stata rispettivamente “aus” e “sogg”, il terzo termine invece, che io avevo proposto con tanta naturalezza, aveva destato un vespaio di polemiche: ma perché “verb”?
Che abbreviazione è quella che leva una sola lettera alla parola? Tanto valeva scriverla per intero!
Queste ed altre meno ragionate obiezioni (una volta scagliata la prima pietra anche gli analfabeti si erano sentiti in bisogno di unire la loro voce al coro della lapidazione) mi erano state poste con tanta insistenza da costringermi a camuffare goffamente il punto interrogativo con una O e infilare un nuovo striminzito punto interrogativo tra la O e il bordo del foglio.
Ai miei occhi, quello che dal punto di vista estetico e concettuale poteva essere considerato un capolavoro di sintesi ed espressione era stato così brutalmente mortificato nella sua profonda essenza. Non soltanto infatti, il baricentro della formula non era più centrato rispetto alla larghezza del foglio (non era rimasto alcun margine sul lato destro dello stesso) e le lettere parevano via via schiacciarsi, ma la stessa logica alla base era stata inficiata. Perché ai miei occhi, presentare l’ultimo “addendo” per esteso era un improperio che spezzava la magica coerenza della formula: dei tre termini due sarebbero stati abbreviati e uno scritto per intero. Facevo e faccio tutt’ora molta fatica ad accettare le incongruenze formali, profeta e prigioniero di un ordine supremo che mi impone, senza alcuna finalità al di là da quella puramente estetica, di porre maniacale attenzione alla forma di ogni mia produzione espressiva (d’altronde, e qui svelo uno dei segreti della trama, se pubblico uno striminzito post al mese, non è per mancanza di spunti né di argomenti, bensì, perché facile è perdersi nel labirinto delle millesettecento riletture e delle ripetute correzioni invisibili, che comportano, ognuna, anche nel malaugurato caso questa occorra sulla penultima parola, la rilettura da capo dell’intero componimento).
Ebbene sì, me ne rendo conto, alla fine si tratta solo di un’altra delle molteplici turbe che affliggono una persona paranoica. Il 90 % della mia vita si consuma a levigare particolari che dai più rimarranno inosservati e che, agli occhi dei pochi che li avranno fortunosamente notati, appariranno come assolutamente superflui. Illi al nostro terzo incontro aveva profetizzato: tu non guardi il particolare, tu stai attento al particolare del particolare (ai tempi mi lamentavo della plasticaccia del telecomando dello stereo). Ma non è forse questo che distingue l’arte dal mestiere, il capolavoro dall’opera, il genio dall’ingegno?
Comunque, sicuramente non è questo che mi interessa approfondire in questa sede, perché l’argomento mi ha già stufato, perché io faccio le domande e non ascolto le risposte e perché adesso mi stuzzica molto di più soffermarmi sul motivo per cui mi è tornato in mente questo benedetto cartellone bristol colorato coi pennarelli della prima media.
Trovo che sia buffo ritrovarsi tra le mani ricordi o pensieri o pensieri di ricordi e ricordi di pensieri direttamente dal proprio passato remoto senza che tra di noi (tra me e il mio ricordo) sia mai intercorsa nemmeno la più sfuggente occhiata di trascurata complicità:
“Lo so, sei lì, resta lì che prima o poi ti recupero”.
Eppure succede, e non di rado, e a quanto sappia succede un po’ a tutti (a meno che non me lo diciate per farmi sentire normale).
Il mistero insondabile di come le cose ci arrivino in mente è uno dei più imperscrutabili e a mio avviso intriganti: perché proprio in quel momento mi torna in mente proprio quel pensiero? Cosa muove i pensieri e le tra di loro connessioni?
Perché guardando il treno che taglia il passaggio a livello ci viene in mente di non aver pagato il canone della tv? Perché infilandomi il pigiama vengo assalito dal dubbio di aver lasciato la macchina aperta? Perché contando gli spiccioli nel portamonete ci ricordiamo dell’acqua che bolle nella pentola sul fuoco?
Probabilmente, io la butto lì ma questa è grossa, si tratta di uno dei pochi gradi di libertà che sono rimasti a Dio per guidare le nostre esistenze.
Ebbene sì, ecco qui un’altra delle mie strampalate teorie, retaggio di un'adolescenza precoce e presagio di una maturità tutt’ora non pervenuta: fino a che tra gli uomini regnava l’ignoranza a Dio era concesso quasi tutto, dall’invasione delle cavallette al manifestarsi sotto forma di cespuglio rovente, mano a mano che la scienza ha progredito e con essa la coscienza delle nostre deboli menti, alla divinità per manifestarsi e soprattutto per tenere le fila del destino umano non è rimasto che intervenire in quegli ambiti in cui la scienza non si è ancora pronunciata oppure in quelli in cui la matassa della scienza è troppo complessa da sbrogliare.
Questo alla luce dell’innegabile volontà di Dio di cercare la nostra fede e la nostra adorazione (prendete le mie parole con la devozione di un discepolo, non vorrei mai tacciare l’Altissimo di essere superbo…), senza però dare prova provata della propria esistenza.
Ovviamente si tratta di congetture di una persona che prova sempre un certo imbarazzo nel professarsi sano di mente.
Allora vediamo di sbrogliare la matassa:
Dio esiste (mia opinione, condivisa più o meno coscientemente da qualche altro miliardo di persone su questo pianeta).
Dio governa i destini del mondo (qui si tratta più che altro di un sospetto, condiviso trasversalmente tra atei, credenti e superstiziosi).
Gli uomini sono liberi di agire e responsabili delle proprie scelte (dalla seconda tendo a escludere il caso “uomo di genere femminile dotato di carta di credito a plafond illimitato”)
Dio non vuole apparire (insomma, ognuno ha i propri vezzi).

To be continued