Quella pecora non salverà il mondo: Episodio 4
Ecco a voi in anteprima la prima avventura della pecora Fred, ingombrante personaggio del mio torbido subconscio. Ovviamente Fred non è semplicemente un animale di pelouches ma incarna la proiezione onirica dei miei più reconditi desideri e atavici sensi di colpa.
I
La vecchia decappottabile sfreccia sulla ferita di asfalto che taglia in due il largo orizzonte del deserto.
L’autoradio lascia dietro sé una scia di heavy metal mentre Fred svuota lattine di birra e le getta fuori dal finestrino strizzate come limoni.
Io sto urlando “falla finita coglione” ma Fred gira la manopola per alzare il volume.
E’ a quel punto che avverto il sibilo della sirena e nel rettangolo dello specchietto compare la Ford dal lungo cofano nero, con le cromature tutte luccicanti.
L’uomo al volante ci sta facendo ampi cenni con la mano sinistra fuori dal finestrino.
Accosto la macchina sul ciglio della strada mentre Fred mi incita a premere sull’acceleratore “tu non hai le palle, fai guidare me”.
Il poliziotto scende dall’auto, chiude la portiera, proietta verso di noi uno sguardo truce e continua a fissarci mentre infila i guanti di pelle nera rimasti sul cruscotto.
“Se proprio ci tenevi a superare i limiti, almeno potevi evitare di farti raggiungere” si lamenta Fred, “dilettante!” rincara la dose con fare scocciato.
“Ma io non ho superato i limiti!” cerco di giusticarmi con poca convinzione.
Distolta l'attenzione da noi, il poliziotto si piega sul cofano della volante per raccogliere quello che adesso ci appare inequivocabilmente come il cadavere di una lattina di birra, rimasta ancorata tra carrozzeria e parabrezza.
“Fred vaffanculo” mastico tra i denti mentre gli lancio uno sguardo di traverso.
Il poliziotto maneggia il corpo estraneo con la diffidenza prudente di un artificiere, lo studia portandoselo fino a un palmo dal naso e, borbottando qualcosa tra sé e sé, lo ripone in un sacchettino di plastica trasparente, prontamente estratto da una tasca della camicia.
Sistema per bene il cappello sulla testa, incede a passi decisi verso di noi.
Fred però rutta e gli puzza il fiato che è una fogna, così faccio per scendere dall’auto e andare incontro al poliziotto che lo sento urlare “State fermi! Le mani dietro la nuca.”
Piego leggermente la testa e vedo che effettivamente c’è una pistola puntata contro di me.
Il poliziotto è proteso in avanti con le gambe aperte, le ginocchia piegate e il culo tutto indietro, come fosse alla guida di una Harley Davidson, stretta tra le mani luccica fiera la grossa pistola d’ordinanza.
Levo lentamente la mano dalla portiera, che rimane socchiusa, e congiungo le mani dietro il capo.
Fred rutta di nuovo, più forte, e questa volta sente anche il poliziotto.
“Ha dei problemi?” quello grida. Segue un attimo di silenzio, un soffio di vento gelido mi schiaffeggia la faccia mentre il sole raggiante cuoce lentamente il deserto.
“Lo devo considerare come il suo parere sull’efficienza del servizio nazionale di polizia”, riprende il poliziotto con la voce che si increspa leggermente.
Io gli faccio “non sono stato io… è stata la pecora!” indicando il compagno col pollice della mano destra, tenendo le mani sempre dietro alla testa.
Fred sputa fuori dal finestrino e mastica un “vaffanculo”.
“Non faccia lo spiritoso! Stia fermo e dica al suo compagno di alzare le mani.”
La pecora ride tra se, masticando a denti stretti “maledetto coglione”.
“Le sta già alzando” intervengo.
“Fatti i cazzi tuoi” Fred a voce alta mi incalza.
“Si faccia i fatti suoi” fa eco il poliziotto e lo vedo alzarsi sulle punte per scorgere la sagoma del passeggero.
Chiudo gli occhi e inizio a pregare.
II
Il poliziotto si avvicina cauto e ci squadra, quando riapro gli occhi, io stesso mi squadro nel riflesso deformante delle grosse lenti a specchio.
Il poliziotto fa un giro attorno alla macchina e poi tira fuori il piccolo sacchetto di plastica trasparente facendolo oscillare nervosamente tra pollice e indice della mano destra.
“Posso spiegarvi tutto” cerco di intervenire, ma Fred mi interrompe, “sta zitto” sbotta secco.
“Ecco”, aggiunge il poliziotto, “non è ancora giunto il suo momento di parlare”.
Il poliziotto ora lo squadra attento poi riporta gli occhi su di me, mi fissa per un interminabile istante e ritorna su Fred. Fred ora restituisce lo sguardo e si azzarda in un lieve cenno di assenso col capo.
“Favorite i vostri documenti, prego” prosegue il poliziotto, che cerca di mantenere un contegno formale nonostante la malcelata e crescente irritazione.
Fred con la zampa apre lo sportello del vano portaoggetti e cadono fuori profilattici nelle buste argentate e pacchetti di sigarette aperti, io tento la carta di un sorrisetto complice rivolto al poliziotto - il quale ovviamente non ricambia, rimanendo impassibile - e giro la testa verso la pecora. Muovendo le labbra senza proferire alcun suono scandisco bene le parole
“F r e d p e r d i o N O N l o f a r e”.
Lo vedo rovistare con la zampa tra le cartine stradali e sento i rivoli di sudore che mi tracciano vene sulla fronte.
Con la coda dell’occhio vedo la zampa arrivata a contatto col calcio della pistola.
A quel punto, ormai è tardi per qualunque intervento, l’incertezza riguardo al mio futuro si spartisce equamente tra una morte trivellato di piombo sul ciglio della strada o una morte fritto sulla sedia elettrica di un sudicio penitenziario di contea. Chiudo gli occhi, lascio cadere la testa sul volante, e inizio a districarmi tra i peccati più gravi di cui supplicare il perdono.
III
Quando rialzo la testa non ho Dio davanti a me, ma lo stesso poliziotto che studia meticolosamente i nostri documenti identificativi, sono ancora vivo, e a quanto pare la pistola è rimasta al sicuro nel vano portaoggetti del cruscotto.
Sto tirando un sospiro di sollievo quando come un flash mi torna in mente l’immagine sul passaporto di Fred, quella maledetta foto della pecora con le treccine rasta tenute indietro dagli occhialoni rosa, la barba lunga, gli occhi gonfi e le borse, “cazzo” mi dico, “ci risiamo”.
Ed è in quell’esatto istante, infatti, che si mette in moto il motore ingolfato che il poliziotto si ritrova al posto dei polmoni.
Mi giro di scatto verso la pecora per scandire a bassa voce “sei un coglione di…” quando Fred laconico mi ribatte senza far alcuna attenzione a moderare il tono, con lo sguardo sconfortato, appoggiato su un punto indefinito dell’orizzonte.
“Guarda che è la tua patente che ha in mano”.
Nel frattempo il poliziotto ha smesso di reprimere il tremore della mascella e via via si sta abbandonando alle frenetiche pulsioni del corpo.
Colto dal timore che stia per scoppiare in un eccesso di ira omicida accenno un “mi scusi agente…” ma questo si è piegato sullo stomaco puntando una mano sul ginocchio mentre con l’altra mano continua a tenersi la fototessera della patente davanti agli occhi.
Fa giusto in tempo a esclamare “che coglione…” prima di accasciarsi per terra.
Sporgo la testa dal finestrino e lo vedo buttato per terra che si rantola tra sabbia e asfalto preda di un riso isterico, come una biscia percorsa da una corrente elettrica, come un pesce rosso caduto fuori dall’acquario, come un cane in calore preda di un attacco epilettico: inarca la schiena, si rigira su se stesso, batte i pugni per terra e agita le gambe, il tutto emettendo un lamento parente più prossimo di tosse e singhiozzo piuttosto che dell’innocua risata.
E’ questo uno dei momenti in cui permuterei la mia dignità con la mia stessa esistenza.
Non oso neppure sostenere lo sguardo di Fred tra l’annoiato e l’adirato, che batte la zampa con fare irritato sulla portiera.
Smette solo per accendersi una sigaretta raccolta tra quelle sparse sul tappetino, e ne offre un’altra al poliziotto, che, ripresosi faticosamente dello sforzo tossisce mentre si rialza in piedi, levando la polvere a manate dalla camicia e dai pantaloni.
Questo si appoggia al fianco della nostra automobile, raccoglie da terra i documenti e li getta sui sedili posteriori, fa un gesto della mano come per allontanare qualcosa, si alza gli occhiali da sole sulla fronte e - avvicinando i due occhi strabici al muso della pecora - chiede timidamente “erba?”
Quello che segue, succede prima che io abbia il tempo di porgere uno sguardo terrorizzato verso il pecorone.
La vecchia decappottabile sfreccia sulla striscia di asfalto che separa il deserto come l’incedere di Mosè divideva le acque del Mar Rosso.
L’autoradio dà voce a Bob Marley, al mio fianco la pecora Fred tira uno spinello e poi si risistema il cappello da agente di polizia sulla testa, troppo largo per la sua misura - “capra puttanaaa!” - continua a cadergli sul muso.