17 settembre 2007

Il titolo è nella didascalia

Il fascino suadente della parola tronca, l’obbligo imprescindibile della coerenza espressiva/formale e l’esiguo spazio rimasto all’azione di Dio in un mondo governato da tecnologia e scienza

Non so precisamente come mi sia tornato in mente comunque in prima media su richiesta dell’allora temutissima professoressa di inglese avevo preparato un cartellone da appendere alla parete dell’aula che illustrava a grosse lettere la costruzione della forma interrogativa della frase, ovvero la successione ordinata di ausiliare, soggetto e verbo.
Per rendere più di impatto la combinazione, trascendendo il carisma dello slogan avevo utilizzato lettere maiuscole, colori sgargianti, il punto interrogativo finale d’obbligo, un “+” a raccordo tra i diversi termini mentre gli stessi erano stati riportati nella forma abbreviata.
L’abbreviazione dei primi due, scolastica e incontestata, era stata rispettivamente “aus” e “sogg”, il terzo termine invece, che io avevo proposto con tanta naturalezza, aveva destato un vespaio di polemiche: ma perché “verb”?
Che abbreviazione è quella che leva una sola lettera alla parola? Tanto valeva scriverla per intero!
Queste ed altre meno ragionate obiezioni (una volta scagliata la prima pietra anche gli analfabeti si erano sentiti in bisogno di unire la loro voce al coro della lapidazione) mi erano state poste con tanta insistenza da costringermi a camuffare goffamente il punto interrogativo con una O e infilare un nuovo striminzito punto interrogativo tra la O e il bordo del foglio.
Ai miei occhi, quello che dal punto di vista estetico e concettuale poteva essere considerato un capolavoro di sintesi ed espressione era stato così brutalmente mortificato nella sua profonda essenza. Non soltanto infatti, il baricentro della formula non era più centrato rispetto alla larghezza del foglio (non era rimasto alcun margine sul lato destro dello stesso) e le lettere parevano via via schiacciarsi, ma la stessa logica alla base era stata inficiata. Perché ai miei occhi, presentare l’ultimo “addendo” per esteso era un improperio che spezzava la magica coerenza della formula: dei tre termini due sarebbero stati abbreviati e uno scritto per intero. Facevo e faccio tutt’ora molta fatica ad accettare le incongruenze formali, profeta e prigioniero di un ordine supremo che mi impone, senza alcuna finalità al di là da quella puramente estetica, di porre maniacale attenzione alla forma di ogni mia produzione espressiva (d’altronde, e qui svelo uno dei segreti della trama, se pubblico uno striminzito post al mese, non è per mancanza di spunti né di argomenti, bensì, perché facile è perdersi nel labirinto delle millesettecento riletture e delle ripetute correzioni invisibili, che comportano, ognuna, anche nel malaugurato caso questa occorra sulla penultima parola, la rilettura da capo dell’intero componimento).
Ebbene sì, me ne rendo conto, alla fine si tratta solo di un’altra delle molteplici turbe che affliggono una persona paranoica. Il 90 % della mia vita si consuma a levigare particolari che dai più rimarranno inosservati e che, agli occhi dei pochi che li avranno fortunosamente notati, appariranno come assolutamente superflui. Illi al nostro terzo incontro aveva profetizzato: tu non guardi il particolare, tu stai attento al particolare del particolare (ai tempi mi lamentavo della plasticaccia del telecomando dello stereo). Ma non è forse questo che distingue l’arte dal mestiere, il capolavoro dall’opera, il genio dall’ingegno?
Comunque, sicuramente non è questo che mi interessa approfondire in questa sede, perché l’argomento mi ha già stufato, perché io faccio le domande e non ascolto le risposte e perché adesso mi stuzzica molto di più soffermarmi sul motivo per cui mi è tornato in mente questo benedetto cartellone bristol colorato coi pennarelli della prima media.
Trovo che sia buffo ritrovarsi tra le mani ricordi o pensieri o pensieri di ricordi e ricordi di pensieri direttamente dal proprio passato remoto senza che tra di noi (tra me e il mio ricordo) sia mai intercorsa nemmeno la più sfuggente occhiata di trascurata complicità:
“Lo so, sei lì, resta lì che prima o poi ti recupero”.
Eppure succede, e non di rado, e a quanto sappia succede un po’ a tutti (a meno che non me lo diciate per farmi sentire normale).
Il mistero insondabile di come le cose ci arrivino in mente è uno dei più imperscrutabili e a mio avviso intriganti: perché proprio in quel momento mi torna in mente proprio quel pensiero? Cosa muove i pensieri e le tra di loro connessioni?
Perché guardando il treno che taglia il passaggio a livello ci viene in mente di non aver pagato il canone della tv? Perché infilandomi il pigiama vengo assalito dal dubbio di aver lasciato la macchina aperta? Perché contando gli spiccioli nel portamonete ci ricordiamo dell’acqua che bolle nella pentola sul fuoco?
Probabilmente, io la butto lì ma questa è grossa, si tratta di uno dei pochi gradi di libertà che sono rimasti a Dio per guidare le nostre esistenze.
Ebbene sì, ecco qui un’altra delle mie strampalate teorie, retaggio di un'adolescenza precoce e presagio di una maturità tutt’ora non pervenuta: fino a che tra gli uomini regnava l’ignoranza a Dio era concesso quasi tutto, dall’invasione delle cavallette al manifestarsi sotto forma di cespuglio rovente, mano a mano che la scienza ha progredito e con essa la coscienza delle nostre deboli menti, alla divinità per manifestarsi e soprattutto per tenere le fila del destino umano non è rimasto che intervenire in quegli ambiti in cui la scienza non si è ancora pronunciata oppure in quelli in cui la matassa della scienza è troppo complessa da sbrogliare.
Questo alla luce dell’innegabile volontà di Dio di cercare la nostra fede e la nostra adorazione (prendete le mie parole con la devozione di un discepolo, non vorrei mai tacciare l’Altissimo di essere superbo…), senza però dare prova provata della propria esistenza.
Ovviamente si tratta di congetture di una persona che prova sempre un certo imbarazzo nel professarsi sano di mente.
Allora vediamo di sbrogliare la matassa:
Dio esiste (mia opinione, condivisa più o meno coscientemente da qualche altro miliardo di persone su questo pianeta).
Dio governa i destini del mondo (qui si tratta più che altro di un sospetto, condiviso trasversalmente tra atei, credenti e superstiziosi).
Gli uomini sono liberi di agire e responsabili delle proprie scelte (dalla seconda tendo a escludere il caso “uomo di genere femminile dotato di carta di credito a plafond illimitato”)
Dio non vuole apparire (insomma, ognuno ha i propri vezzi).

To be continued

27 luglio 2007

I brevissimi attimi di lucidità, il posteggio dell’automobile e l’amara constatazione che non v’è alcuno scampo

Sono sempre afflitto quando devo constatare che non c’è alcuno scampo, soprattutto se sono venuto al ristorante proprio per gustarmi una frittura di scampi e gamberi. Tralasciando la peggiore ironia anticipo che nelle righe che seguono parlerò di pubblicità alla luce del regolamento recentemente approvato dalla commissione europea. Inoltre, cercherò di dimostrarvi perché ai miei occhi la pubblicità non è l’anima del commercio ma commercio di anime. Per rendere la cosa un po’ più interessante mi lascerò andare qua e là a futili divagazioni su sesso tantrico, quello che la vostra ragazza non vi dice e l’ingrediente segreto delle ricette afrodisiache azteche, buona lettura!

Nei miei brevissimi attimi di lucidità sono preda di un dubbio angosciante: “l’ho chiusa la macchina, vero?”
Anche se in realtà questo non c’entra nulla, perché io volevo parlare piuttosto dei brevissimi attimi di lucidità in cui prendo coscienza di essere sottoposto a continui più o meno espliciti messaggi pubblicitari, tengo a dirvi, per concludere questa iniziale parentesi, che la sottile insinuazione del mio cervello mi porta il più delle volte a tornare sui miei passi per verificare l’effettiva chiusura dell’automobile.
Che normalmente poi si rivela chiusa.
Anche se, in almeno una occasione, era aperta, una volta avevo anche lasciato il mazzo di chiavi sul tetto e un’altra volta tornando sui miei passi ho trovato per terra avvolte in un elastico due banconote da cinqueeuro: da quel momento considero l’insorgere del dubbio come un provvidenziale segno del destino che non mi arrischio mai ad ignorare.
Dunque non posso che leggere come gesto di gratuita cattiveria degli Dei il loro insistere a inculcarmi il dubbio anche quando sono ormai troppo lontano dall’automobile. Tipo, sei in teatro, al cinema o sul treno: il dubbio in quel caso non ha valenza salvifica perché comunque ti aggredisce in un contesto in cui non puoi assecondarlo. E il fatto stesso che tu debba ignorarlo coscientemente ti precipita in un abisso d’ansia e tormenti che passa come uno schiacciasassi sulla sagace trama del film giallo. Tu a quel punto ti accorgi di essere completamente estraniato dal presente e ti vedi seduto nella sala buia che ingurgiti popcorn, nello scompartimento del treno che annuisci alla signora che sta parlando con te, nel bagno del teatro che ti fumi una sigaretta, mentre dei bruti, di fronte alla tua deliberata impotenza, stanno abusando di Lei con efferatezza e sfregio. La sofferenza si prolunga inevitabilmente fino al catartico momento in cui non rivedrai coi tuoi stessi occhi il lungo cofano e la sagoma aerodinamica della tua adorata Panda 30. Ma lasciamo perdere le gloriose Fiat dei ruggenti anni ottanta e tutte le macchine parcheggiate (tanto prima o poi ci ritorneremo, è un argomento che mi sta molto a cuore) per entrare nel pieno del discorso e affrontare il demonio nella mia personale proiezione: la tentacolare e metamorfica pubblicità, nella sua più molesta incarnazione, quella “catodica”.

Lo spunto è l’ultima trovata (leggi legge) della Commissione Europea (lieve cenno del capo). Pare che la gentilissima Signora Vivianne Reading, Commissario Europeo alle Comunicazioni abbia presentato all’onorevole parlamento europeo (che lo ha approvato a larga maggioranza) un testo in cui sono ridefiniti i parametri che regolano le interruzioni pubblicitarie nel flusso della programmazione televisiva. A quanto riportato in un breve trafiletto in fondo alla quinta pagina dei principali quotidiani, schiacciato tra le avvenenti tette e il ricoperto al cioccolato di Eva Longoria (effettivamente non riesco a capacitarmi di come il mio sguardo sia riuscito a finire proprio sull’articolo), la norma recentemente approvata cambia la densità e la distribuzione della pubblicità all’interno di un contenitore. Sommariamente possiamo riassumere gli effetti come segue:
1. le interruzioni saranno più brevi ma più frequenti,
2. non ci saranno particolari limiti all’uso di bambini in pubblicità, né all’uso di pubblicità all’interno di trasmissioni per bambini (unica eccezione per i “junk food”),
3. saranno consentite pubblicità split screen (schermo diviso, mentre da una parte prosegue la trasmissione nell’altra va in onda una pubblicità) sovraimpressioni e televendite senza che queste vadano a pesare sul monte pubblicitario vincolato ai parametri di legge.

Tutto questo, che ai miei occhi miopi di analista superficiale si traduce nelle parole “molta più pubblicità in TV”, partendo dal postulato che impone una sostanziale equiparazione del concetto di pubblicità a quello di produttività (che sottintende la pericolosissima ma ormai scontata equazione di cittadino = consumatore).
A questo punto nessuno di voi riuscirà a trattenermi da un breve sproloquio (la macchina è posteggiata sotto casa e sono sicuro di aver costatato l’effettiva chiusura delle portiere) nel quale cercherò di farvi capire perché nutro tanto astio nei confronti della tanto amata reclam.
Non tanto perché irrompe bruscamente nel film mentre i due protagonisti stanno per fare sesso o mentre le mani si sciolgono lentamente e non si capisce se il tipo precipitando giù dalla rupe troverà qualche appiglio, o morirà orribilmente sfracellato, o non soltanto.
Piuttosto perché nell’ordine di aumentare le proprie capacità persuasive fa leva sui miei (e vostri) istinti più biechi, e non solo.
La cosa che più di tutte me la rende odiosa è il suo mirabile funzionamento. Io stesso, primo accusatore, non sono che una delle tante vittime.
Chiarisco subito con un esempio: io non riesco a comprare una bibita gasata che non sia reclamizzata in televisione.
Aggirandomi cauto tra gli scaffali del supermercato, ci provo sempre a prendere in mano la bottiglia della gazzosa, il chinotto o la spuma. Le soppeso, leggo l’etichetta con sguardo perplesso, tasto con mano la ruvidità della plastica e la sinuosità della bottiglia, ma non c’è verso, nel carrello finisce sempre la Cocacola. O la Sprite. O se proprio oggi mi sento un anarchico la Pepsi e la Sevenup. E questo perché? Perché sono vittima di una martellante campagna pubblicitaria che mi ha inculcato un concetto sinistro: non quello “la Coca è la più buona”, né “la Coca è la più dissetante”, ma un altro che subdolamente si nasconde tra questi due e recita sibillino: tu puoi prendere un prodotto che non è di marca, ma tutti i tuoi ospiti si scambieranno sguardi imbarazzati e penseranno di trovarsi a una festa nella sala parrocchiale e tu farai la figura del perdente, perché lo sappiamo tutti “se sei davvero cool bevi soltanto Cocacola”. Perché nella società dell’apparenza se vogliamo affermare le nostre qualità prima ancora che coi nostri gesti dobbiamo farlo attraverso i prodotti che utilizziamo.
“Se sei davvero cool bevi soltanto Cocacola” sta davanti a “La Cocacola è davvero cool” e dietro a “Se non bevi Cocacola non sei affatto cool (e tutti ne avranno palese evidenza)”.
Perché? La risposta è semplice, nella società dei consumi i consumatori non sono che una proiezione dei loro stessi consumi. Siamo il nostro orologio, siamo la nostra automobile, siamo la nostra maglietta e il nostro profumo. E queste purtroppo non sono solo mie argute deduzioni ma si avvicinano pericolosamente agli slogan che scorrono sotto le immagini patinate dei Prodotti. Nelle campagne pubblicitarie sempre più aggressive gli slogan si sono fatti sfacciati, non hanno bisogno di essere sibillini e sono brutalmente espliciti, ma ormai ne siamo talmente assuefatti che non se ne è accorto quasi nessuno.
To be continued.

23 giugno 2007

Media Blog: Quello che vedi nella sfera di cristallo è tutto vero, ma se non avessi guardato…

Altro personale contributo alla discussione sulla portata e i confini dei media. Prometto di smettere al più presto di fingermi una persona seria, anzi, una persona.

I media sono nati per raccontare il mondo e hanno finito per cambiarlo, perché il mondo quando si è accorto di essere davanti all'occhio indiscreto della macchina da presa, dopo il primo timido imbarazzo, si è fatto vezzoso e compiacente.

E questo è il più grande paradosso che la nostra quotidianità interconnessa ci rimbalza attraverso i cristalli liquidi: i mezzi di comunicazione se sono maliziosi danno un'immagine fasulla perché artificiosamente corrotta, se sono (ingenuamente) virtuosi ci danno un'immagine distorta perché è comunque differente da quella che avremmo potuto apprezzare osservando coi nostri occhi, senza schermi interposti.

Per semplificare il concetto mi concedo un esempio, per complicarlo una riflessione scientificofilosofica.

L'effetto dei media su tanta parte dei "fenomeni" di politica, cronaca, sport, spettacolo, costume, etc è quello dell'obiettivo della macchina fotografica quando è puntato sul viso della vostra ragazza: dopo l'iniziale riluttanza lei prenderà a sistemarsi i capelli e poi, a prescindere dal momentaneo stato del (volubile) umore, si atteggerà a un'espressione lieta, magari porgendo all'obiettivo il profilo che ritiene migliore.

Il mondo che ci restituisce il tubo catodico dunque, nel migliore dei casi è un mondo che si è appena pettinato, che ostenta sorrisi o lacrime, che sono lì solo per comporre una realtà la cui intima ragione è quella di essere comunicata (trasmessa) e vista,
prima ancora che "vissuta".

E adesso la riflessione pomposa.

Il fisico tedesco Werner Karl Heisenberg nel 1927 ha enunciato un principio universalmente noto come Principio di Indeterminazione (sebbene si tratti a tutti gli effetti di un teorema) che non soltanto ha rivoluzionato il mondo della fisica ma ha avuto un effetto prepotente sulle coscienze degli intellettuali contemporanei scardinando l'assoluta fede che la scienza si era conquistata nel secolo positivista e sbattendo dietro di sé la porta che era rimasta socchiusa.

L'enunciazione del principio in parole poverissime è questa: "Non possiamo conoscere simultaneamente la posizione e la quantità di moto di un elettrone". Al di là delle dotte disquisizioni scientifiche e delle complesse equazioni differenziali che supportano tale enunciato, ciò che ci interessa nel presente contesto non è il suo significato nell'ambito della neonata scienza quantistica né tantomeno il significato assunto nel travagliato mondo della cultura umanistica (il grado di certezza a cui possiamo pervenire attraverso la scienza non è indefinito). Quello che ci interessa è la sua prima, erronea interpretazione, di cui in un primo momento lo stesso Heisenberg era convinto e che tutt'oggi (nonostante sia stata pubblicamente rinnegata) riscuote molto successo (la mia professoressa di Scienze del liceo ne era fermamente convinta). Questa interpretazione dice: "Non possiamo conoscere la posizione dell'elettrone in un dato momento perché l'atto della misura produce un disturbo sul moto della particella che la porta ad occupare una posizione differente da quella che la stessa avrebbe occupato in assenza dell'operazione di misura". Ovvero, il solo fatto di osservare il fenomeno, cambia il fenomeno stesso. E quindi interpretando il primo (acerbo) Heisenberg siamo tornati ai media, per dire "osservando il mondo i media hanno provocato su di esso un effetto che lo ha cambiato".

Ma fino a qui abbiamo lasciato scivolare parole, ora caliamoci nella "realtà" che ci circonda.

La politica è cambiata coi mezzi di comunicazione:
si è accentuata la spettacolarizzazione da una parte e la personalizzazione dall'altra;
i politici sono meno retori e più retorici, meno carismatici e più divi, meno filosofi e più venditori;
il messaggio della politica agli elettori si è via via semplificato e ristretto, finendo per incarnarsi in slogan che abbracciano luoghi comuni e rifiutano come dispersivi i concetti di approfondimento delle problematiche e sfaccettamento della realtà.

Lo stesso sistema elettorale maggioritario, probabilmente, è in buona parte figlio della televisione. Potremmo proseguire ancora a lungo ma usciamo dalla politica. Anche lo sport si è adattato alla televisione, le partite di calcio si giocano tutti i giorni della settimana e siamo stati a un passo per inserire i timeout all'interno dei 90 minuti in modo da gestire meglio gli spazi pubblicitari. La pubblicità avvolge tutto lo spettacolo dal fondo del campo da gioco ai polpacci dei giocatori.

E questo andando a considerare solo il lato "reportistico" del mezzo di comunicazione, e non il suo aspetto di strumento di intrattenimento. Ovviamente la nostra vita quotidiana è stata rimodellata nei suoi ritmi e nei suoi tempi dalla televisione come mezzo di intrattenimento, ma insisto, non è questo l'oggetto della discussione, bensì il valore reportistico del mezzo di comunicazione.

A questo punto potrei proseguire a oltranza fornendo esempi a supporto delle mie tesi e puntando il dito indice contro il demone, ma non è questo il mio obiettivo, o quantomeno, non è questo il suo contesto, perché la mia riflessione sarebbe monca se non prendesse atto del ruolo svolto dai nuovi media, quelli che della televisione sono i nipoti e della quale hanno ereditato alcuni difetti e qualche pregio.Ma è opera troppo ambiziosa per un semplice blog, dunque lancio il sasso e nascondo la mano, ma lo stagno, le acque smosse in circoletti concentrici siete voi, allora non indignatevi se non vi ho rivelato il nome dell'assassino e lasciatevi attraversare dalle domande: anche internet sta cambiando il mondo? Internet perpetrerà l'inganno o ripararerà ai danni fatti dalla televisione? Non conosco la risposta ma vi sussurro un suggerimento: dipende tutto da te. Dipende dalla coscienza che hai nell'usare lo strumento.

31 maggio 2007

Media Blog: 15 minutes of fame, ovvero come non parlare di Allison parlando di Allison

Per gentile concessione di MediaBlog pubblichiamo il post con cui ho inaugurato la mia collaborazione con la prestigiosa testata (...). Perdonatemi, ma per una una volta "vesto i panni"/"impugno la penna" della persona seria.

Nella giornata di ieri 30 Maggio 2007 tutti i principali contenitori, aggregatori e raccoglitori di "notizie" sparsi sul web adornavano la propria home con una foto e un trafiletto dedicato ad Allison Stokke tale diciottenne californiana dal viso gentile e il fisico atletico che a quanto pare deteneva la singolare peculiarità di:
- essere una ragazza normale,
- essere diventata celebre suo malgrado,
- rigettare tutto il clamore cresciuto attorno a sé col desiderio di rientrare nei ranghi della propria intima quotidianità, o qualcosa del genere.

La tipa era presentata come fenomeno WEB del momento e l'affermazione veniva suffragata da una serie di zeri:
- un video visionato ben 150.000 volte su Youtube;
- 300.000 pagine individuate da Google che contenenti riferimenti a lei;
- svariate decine di siti non ufficiali a lei esclusivamente dedicati;
- innumerevoli conversazioni su blog forum chat etc che avevano lei stessa come oggetto della discussione.

L’apprendimento di queste informazioni ha stimolato in me una serie di riflessioni che riguardano Allison solo marginalmente e che, in un modo o nell'altro, girano tutte attorno ai veri protagonisti di questa notizia, i mezzi di informazione/comunicazione (che oggi sono la stessa cosa, no?).

La prima riflessione, dalla quale scaturiscono tutte le altre, è "certo che oggi non ci vuole niente a finire sulla bocca, nei pensieri e sotto gli occhi di milioni di persone". Ma si tratta di un concetto ancora un po’ grezzo, vediamo di affinarlo.
I "media" guidano le nostre percezioni veicolando informazioni alla velocità della luce da un capo all’altro dei due emisferi: un contenuto accattivante e ben "canalizzato" avrà crescita esponenziale garantita, come una diceria maliziosa proferita nella piazza del paese si autoalimenta e diventa in breve autosufficiente: più ne parlano e più se ne parla, al di là di cosa effettivamente riguardi.
Così alla news di internet è sufficiente superare una soglia critica di contatti e poi, come una palla di neve che rotola giù dal monte, crescerà a dismisura e senza più bisogno di appoggi esterni.
A quel punto è diventata notizia di fatto: "oggi tutti parlano di", vediamo quali sono gli ultimi sviluppi.
Questo video l'avranno visto 100.000 persone, ci sarà per forza qualcosa da vedere.

Noi dunque guardiamo Allison che fa il salto con l’asta non perché sia la più brava o la più bella ginnasta espressa dall’attuale generazione di atleti targati USA, non perché rappresenti un modello o incarni aspirazioni/realizzazioni di una precisa categoria di persone ma per il fatto che il video che riguarda questa graziosa ragazza è già stato visto da molti e dunque ci incuriosisce sul suo contenuto. La notizia infatti non sta più nel fatto che esista una bella ragazza che fa il salto con l'asta, probabilmente ce ne sono tante, magari anche più carine o provocanti, la notizia è che c'è un video che hanno visto centocinquantamila persone che ha reso popolare una ragazza comune senza che lei facesse nulla per balzare agli onori della cronaca.

Ma il messaggio sottile che ho letto tra le righe dei trafiletti è un altro: "la notizia è che c'è una notizia che non è una notizia". Internet è il mezzo di comunicazione autoreferenziale per eccellenza, ha spostato chilometri avanti quella frontiera già ampiamente spinto dai media della generazione precedente: più ancora di stampa e televisione internet vive delle sue creature e probabilmente ancora più dei suoi antenati ha bisogno delle sue creazioni per sopravvivere (per la TV ad esempio avremmo potuto dire “che cos’è Canale 5 senza Mike Buongiorno?”).

Lasciamo stare il patetico grido di aiuto lanciato dalla graziosa Allison, vittima di una celebrità non voluta: Allison goditela finché dura, e fai bene a dire qualcosa di inatteso se vuoi continuare a cavalcare l'onda.
Ma dentro la notizia quello che dobbiamo capire è che si tratta semplicemente di un moto di orgoglio di internet che, sornione, vorrebbe convincerci della validità di quanto detto Andy Warhol nel lontano 1968: "In the future, everyone will be world-famous for 15 minutes".

Potremmo poi discutere sul fatto di come internet abbia accelerato i tempi di creazione e distruzione di un mito: prima che la Lecciso finisse in prima pagina su tutti i periodici era già un po’ che se ne parlicchiava sui rotocalchi e prima che scomparisse nell’oblio dei media ci toccò sorbirci una lunga dissolvenza. Di Allison invece, fino a ieri nessuno al di fuori di Orange County sapeva niente, e domani (cioè già oggi) nessuno parla più. Questo non vuol dire che però i 15 minuti prima o poi ci saranno per tutti.

Lasciamo stare i triti e ritriti discorsi sulla prematura caducità della celebrità, i discorsi sulla necessità di apparire (nel mondo mediato) che abbiamo per esistere (nel mondo immediato) e tutte le sue conseguenze che queste affermazioni comportano (se ci sei in quanto io ti vedo, se io smetto di vederti non esisti più?) e inchiniamoci a internet e ai suoi padroni.

Lui è lì che lucida le sue mostrine e a noi, ignari internauti illusi di esserci conquistati la libertà una volta scambiato il telecomando con il mouse, non rimane che riflettere sulla effettiva portata di questa rivoluzione e sulla libertà che ci rimane se, dopo aver superato le nostre quattro pareti, esploriamo il mondo camminando in fila indiana.

03 aprile 2007

Quella pecora non salverà il mondo: Episodio 4

Ecco a voi in anteprima la prima avventura della pecora Fred, ingombrante personaggio del mio torbido subconscio. Ovviamente Fred non è semplicemente un animale di pelouches ma incarna la proiezione onirica dei miei più reconditi desideri e atavici sensi di colpa.

I

La vecchia decappottabile sfreccia sulla ferita di asfalto che taglia in due il largo orizzonte del deserto.
L’autoradio lascia dietro sé una scia di heavy metal mentre Fred svuota lattine di birra e le getta fuori dal finestrino strizzate come limoni.
Io sto urlando “falla finita coglione” ma Fred gira la manopola per alzare il volume.
E’ a quel punto che avverto il sibilo della sirena e nel rettangolo dello specchietto compare la Ford dal lungo cofano nero, con le cromature tutte luccicanti.
L’uomo al volante ci sta facendo ampi cenni con la mano sinistra fuori dal finestrino.
Accosto la macchina sul ciglio della strada mentre Fred mi incita a premere sull’acceleratore “tu non hai le palle, fai guidare me”.
Il poliziotto scende dall’auto, chiude la portiera, proietta verso di noi uno sguardo truce e continua a fissarci mentre infila i guanti di pelle nera rimasti sul cruscotto.

“Se proprio ci tenevi a superare i limiti, almeno potevi evitare di farti raggiungere” si lamenta Fred, “dilettante!” rincara la dose con fare scocciato.
“Ma io non ho superato i limiti!” cerco di giusticarmi con poca convinzione.
Distolta l'attenzione da noi, il poliziotto si piega sul cofano della volante per raccogliere quello che adesso ci appare inequivocabilmente come il cadavere di una lattina di birra, rimasta ancorata tra carrozzeria e parabrezza.
“Fred vaffanculo” mastico tra i denti mentre gli lancio uno sguardo di traverso.
Il poliziotto maneggia il corpo estraneo con la diffidenza prudente di un artificiere, lo studia portandoselo fino a un palmo dal naso e, borbottando qualcosa tra sé e sé, lo ripone in un sacchettino di plastica trasparente, prontamente estratto da una tasca della camicia.
Sistema per bene il cappello sulla testa, incede a passi decisi verso di noi.
Fred però rutta e gli puzza il fiato che è una fogna, così faccio per scendere dall’auto e andare incontro al poliziotto che lo sento urlare “State fermi! Le mani dietro la nuca.”
Piego leggermente la testa e vedo che effettivamente c’è una pistola puntata contro di me.
Il poliziotto è proteso in avanti con le gambe aperte, le ginocchia piegate e il culo tutto indietro, come fosse alla guida di una Harley Davidson, stretta tra le mani luccica fiera la grossa pistola d’ordinanza.
Levo lentamente la mano dalla portiera, che rimane socchiusa, e congiungo le mani dietro il capo.
Fred rutta di nuovo, più forte, e questa volta sente anche il poliziotto.
“Ha dei problemi?” quello grida. Segue un attimo di silenzio, un soffio di vento gelido mi schiaffeggia la faccia mentre il sole raggiante cuoce lentamente il deserto.
“Lo devo considerare come il suo parere sull’efficienza del servizio nazionale di polizia”, riprende il poliziotto con la voce che si increspa leggermente.
Io gli faccio “non sono stato io… è stata la pecora!” indicando il compagno col pollice della mano destra, tenendo le mani sempre dietro alla testa.
Fred sputa fuori dal finestrino e mastica un “vaffanculo”.
“Non faccia lo spiritoso! Stia fermo e dica al suo compagno di alzare le mani.”
La pecora ride tra se, masticando a denti stretti “maledetto coglione”.
“Le sta già alzando” intervengo.
“Fatti i cazzi tuoi” Fred a voce alta mi incalza.
“Si faccia i fatti suoi” fa eco il poliziotto e lo vedo alzarsi sulle punte per scorgere la sagoma del passeggero.
Chiudo gli occhi e inizio a pregare.

II

Il poliziotto si avvicina cauto e ci squadra, quando riapro gli occhi, io stesso mi squadro nel riflesso deformante delle grosse lenti a specchio.
Il poliziotto fa un giro attorno alla macchina e poi tira fuori il piccolo sacchetto di plastica trasparente facendolo oscillare nervosamente tra pollice e indice della mano destra.
“Posso spiegarvi tutto” cerco di intervenire, ma Fred mi interrompe, “sta zitto” sbotta secco.
“Ecco”, aggiunge il poliziotto, “non è ancora giunto il suo momento di parlare”.
Il poliziotto ora lo squadra attento poi riporta gli occhi su di me, mi fissa per un interminabile istante e ritorna su Fred. Fred ora restituisce lo sguardo e si azzarda in un lieve cenno di assenso col capo.
“Favorite i vostri documenti, prego” prosegue il poliziotto, che cerca di mantenere un contegno formale nonostante la malcelata e crescente irritazione.
Fred con la zampa apre lo sportello del vano portaoggetti e cadono fuori profilattici nelle buste argentate e pacchetti di sigarette aperti, io tento la carta di un sorrisetto complice rivolto al poliziotto - il quale ovviamente non ricambia, rimanendo impassibile - e giro la testa verso la pecora. Muovendo le labbra senza proferire alcun suono scandisco bene le parole
“F r e d p e r d i o N O N l o f a r e”.
Lo vedo rovistare con la zampa tra le cartine stradali e sento i rivoli di sudore che mi tracciano vene sulla fronte.
Con la coda dell’occhio vedo la zampa arrivata a contatto col calcio della pistola.
A quel punto, ormai è tardi per qualunque intervento, l’incertezza riguardo al mio futuro si spartisce equamente tra una morte trivellato di piombo sul ciglio della strada o una morte fritto sulla sedia elettrica di un sudicio penitenziario di contea. Chiudo gli occhi, lascio cadere la testa sul volante, e inizio a districarmi tra i peccati più gravi di cui supplicare il perdono.

III

Quando rialzo la testa non ho Dio davanti a me, ma lo stesso poliziotto che studia meticolosamente i nostri documenti identificativi, sono ancora vivo, e a quanto pare la pistola è rimasta al sicuro nel vano portaoggetti del cruscotto.
Sto tirando un sospiro di sollievo quando come un flash mi torna in mente l’immagine sul passaporto di Fred, quella maledetta foto della pecora con le treccine rasta tenute indietro dagli occhialoni rosa, la barba lunga, gli occhi gonfi e le borse, “cazzo” mi dico, “ci risiamo”.
Ed è in quell’esatto istante, infatti, che si mette in moto il motore ingolfato che il poliziotto si ritrova al posto dei polmoni.
Mi giro di scatto verso la pecora per scandire a bassa voce “sei un coglione di…” quando Fred laconico mi ribatte senza far alcuna attenzione a moderare il tono, con lo sguardo sconfortato, appoggiato su un punto indefinito dell’orizzonte.
“Guarda che è la tua patente che ha in mano”.
Nel frattempo il poliziotto ha smesso di reprimere il tremore della mascella e via via si sta abbandonando alle frenetiche pulsioni del corpo.
Colto dal timore che stia per scoppiare in un eccesso di ira omicida accenno un “mi scusi agente…” ma questo si è piegato sullo stomaco puntando una mano sul ginocchio mentre con l’altra mano continua a tenersi la fototessera della patente davanti agli occhi.
Fa giusto in tempo a esclamare “che coglione…” prima di accasciarsi per terra.
Sporgo la testa dal finestrino e lo vedo buttato per terra che si rantola tra sabbia e asfalto preda di un riso isterico, come una biscia percorsa da una corrente elettrica, come un pesce rosso caduto fuori dall’acquario, come un cane in calore preda di un attacco epilettico: inarca la schiena, si rigira su se stesso, batte i pugni per terra e agita le gambe, il tutto emettendo un lamento parente più prossimo di tosse e singhiozzo piuttosto che dell’innocua risata.
E’ questo uno dei momenti in cui permuterei la mia dignità con la mia stessa esistenza.
Non oso neppure sostenere lo sguardo di Fred tra l’annoiato e l’adirato, che batte la zampa con fare irritato sulla portiera.
Smette solo per accendersi una sigaretta raccolta tra quelle sparse sul tappetino, e ne offre un’altra al poliziotto, che, ripresosi faticosamente dello sforzo tossisce mentre si rialza in piedi, levando la polvere a manate dalla camicia e dai pantaloni.
Questo si appoggia al fianco della nostra automobile, raccoglie da terra i documenti e li getta sui sedili posteriori, fa un gesto della mano come per allontanare qualcosa, si alza gli occhiali da sole sulla fronte e - avvicinando i due occhi strabici al muso della pecora - chiede timidamente “erba?”
Quello che segue, succede prima che io abbia il tempo di porgere uno sguardo terrorizzato verso il pecorone.

IV

La vecchia decappottabile sfreccia sulla striscia di asfalto che separa il deserto come l’incedere di Mosè divideva le acque del Mar Rosso.
L’autoradio dà voce a Bob Marley, al mio fianco la pecora Fred tira uno spinello e poi si risistema il cappello da agente di polizia sulla testa, troppo largo per la sua misura - “capra puttanaaa!” - continua a cadergli sul muso.

14 marzo 2007

Segui pure il coniglio bianco, tanto è inutile

Del cappio della cravatta e dell’unico modo rimasto di trasgredire

Non so se un vestito “elegante” conferisca maggior dignità/prestigio alla persona che lo indossa, anzi in realtà si tratta di un interrogativo sul quale mi sono arrovellato più e più volte senza mai aver sciolto i miei dubbi a riguardo (nonostante parecchie ore e mezz’ore siano rimaste esangui sul campo di battaglia).

Qualcuno dice che io, vestito elegante, sto bene. La cosa mi consola solo fino a un certo punto, un po’ come dire a un carcerato “le righe orizzonatali ti donano, sembri meno magro”. Questo perché, di fatto, io ho sempre apprezzato la libertà di non vestirmi “elegante”. Che non vuol dire conciarmi come uno straccione, essere sciatto, trascurato o trasandato, vuol dire semplicemente vestirsi ignorando un codice che prevede norme molto rigide per comporre l’abbigliamento di un individuo a partire da un insieme ben definito e delimitato di capi, le cui caratteristiche si estendono in uno spazio decisamente angusto e le cui relazioni sono stilisticamente e cromaticamente predeterminate. Probabilmente, non lo escludo, sono portato a rifiutare quel “codice” non per un innato spirito libertario che mi invita a non piegarmi ai compromessi che la nostra cultura di cittadini e ancor prima “consumatori alla ricerca della felicità ovvero del profitto e della affermazione personale a discapito, ancor prima che a riguardo, degli altri”, ma piuttosto per accettare e conformarmi a un altro “codice” che, probabilmente, è stato proposto con un linguaggio più suadente alle mie orecchie.
Infatti, parlando del mio “modo di vestire”, probabilmente non è che una delle tante divagazioni della moda commerciale, anch’essa altrettanto rigidamente codificata e più conforme alle mie inclinazioni, forse soltanto perché proposta attraverso modelli in cui io sono riuscito meglio ad identificarmi.
Poi, penso anche a chi rigetta certi codici e mi rendo conto che la trasgressione di alcune regole, anch’essa è assolutamente codificata. Uno dei drammi della nostra epoca, che svuota di significato in partenza tante battaglie, è proprio che la trasgressione sia diventato un fenomeno meramente commerciale. E trasgressivo non è semplicemente di moda, è addirittura fuori moda il “non trasgressivo”. Ma questo è uno dei miei cavalli di battaglia e ora non è di questo che voglio parlarvi, restiamo sul tema abbigliamento (Illi sarebbe orgogliosa di me, ho appena rigettato la tentazione di cambiare discorso, sta succedendo, sto maturando!). Allora riprendiamo il filo del discorso.
Tanti ragazzi che si professano immuni alle più commerciali e passeggere mode comportamentali reagiscono ad esse abbigliandosi in una maniera che da esse si esime, ma semplicemente per rispondere a un differente modello. Cosa posso desumere da questo? Che noi non siamo liberi di esprimerci e che in qualunque direzione rivolgiamo la nostra espressività ci stiamo comunque riferendo a modelli chiaramente codificati. Dunque non ci rimane che saltare da un modello all’altro? Certi schemi crollano nell’esatto momento in cui ci si rende conto delle regole su cui si fondano e dei contorni in cui si definiscono. Per i sogni è così ad esempio. Quando, durante un sogno, ci rendiamo conto di stare vivendo un sogno, la fittizia realtà che ci circonda crolla. Da quel momento possiamo scegliere se svegliarci, proseguire il sogno imponendo le nostre regole (a questo punto si parla però di un particolare tipo di sogno, il sogno lucido), di salvare la partita o cambiare canale. E (semplificando molto) qualche volta è stato così anche per i regimi totalitari: quando la popolazione ha preso atto della situazione di bieco sfruttamento in cui versava, controllata da una massa arrogante di despoti, allora sono scoppiate rivoluzioni che hanno travolto quegli stessi regimi. Ma trancio in tronco la seconda divagazione (oggi mi sento decisamente in forma) e torno "a palla" sul tema del post. Questo non vale infatti per la moda e in particolar modo per quella che ha per oggetto il nostro modo di vestire. Anzi, al contrario, non vedo vie d’uscita se non spiragli troppo stretti.
Esasperando il mio ragionamento, mi viene da pensare, che escono fuori dal “codice” solo coloro che sono insensibili ai modelli che i media (in tutte le loro possibili tentacolari ramificazioni) direttamente o indirettamente ci propongono e ci impongono (il campo si riduce a un numero decisamente esiguo di persone). E come controprova, per individuare questi “anarchici” si potrebbe individuarli come quelli che, chiunque segua un codice (incarni l’espressione di una moda) non li riconosca come appartenti alla propria categoria.
Nel caso dell’abbigliamento allora, potremmo concludere che gli unici realmente liberi sono quelli che sono riconosciuti come mal vestiti o meglio non sono riconosciuti come vestiti da praticamente tutti gli altri. In questa categoria però riesco ad includere solo i veri straccioni e gli uomini nudi.
Devo dunque aspettare l’autobus alla fermata con gli zebedei che oscillano al soffio flebile del vento per sentirmi veramente libero? Il prezzo della libertà è lo scotto dell’umiliazione? Ma fino a che punto l’anticonformismo è una via d’uscita e non una trappola che porta a un nuovo “codice”? Fino al momento in cui si ignora coscientemente il codice che ci circonda. Ma questo, come avrete capito anche voi, nel mondo dei media globali è impossibile. Insomma, la prova della forza del sistema è nella sua capillare diffusione prima che nelle nostre abitudini e nei nostri gesti, nei nostri pensieri.
Se non ne siamo coscienti lo assecondiamo, se ne siamo coscienti continuiamo ad assecondarlo conformandoci ad esso o ostinandoci a negarlo. Comunque ci condiziona. Comunque il sistema vince. Ma questo non è il mio blog, ma il film Matrix, quindi vi devo lasciare per correre a rispondere al telefono che squilla insistentemente nella cabina all’angolo della strada.

28 febbraio 2007

Siediti che ti passa

Della timidezza, del disagio e dell'assoluta inutilità dello studio, tutto scientificamente dimostrato.

Una serie di cose che mi sono capitate nella mia vita mi ha portato a concretizzare un’immagine nella testa, un’immagine tanto rivelatrice quanto angosciante:
visto dall’esterno, sembro timido.
Eppure immagine tanto concreta, quanto fallace. Ragionandoci ancora un po’ sopra, infatti, mi sono reso conto che nello scandirla mi nascondevo dietro alla larga foglia del verbo “sembrare”.
Il secondo passo verso la piena scoperta di me stesso era il seguente “se lo sembro, lo sono anche”. Spiego.
L’essere timido è una caratteristica che si rivela nella percezione che altri hanno di noi, e nel campo della percezione sembrare è assolutamente sinonimo di essere.
Da quel momento dunque, ho dovuto far fronte a una realtà molto più dura di quella che mi ero fin lì prospettato: a quanto pare io “sono” timido. Dai cui consegue direttamente io sono “un” timido.
Infatti, la timidezza è una di quelle caratteristiche bastevoli a disegnare/designare un individuo. Come jellatore, fico, stronzo, furbo, sfigato, pavido e diverse altre.
E sapere di essere “un timido” rende la prima causa che mi ha reso tale ancora più opprimente (immagino che voi la chiamiate per nome, “Insicurezza”, io non oso tanto).

Ma approfondiamo meglio questa mia peculiarità. Nel mio interminabile itinerario verso un’irraggiungibile guarigione il secondo compromesso a cui devo piegarmi, dopo aver dato un nome ai miei mali, è farmene un quadro, descriverli per spiegarmeli. E allora, quando dico che sono/sembro timido, lo affermo nel senso che se devo dire qualcosa a voce alta inizio sempre con la voce che mi esce tremolante, se devo inserirmi in una conversazione già avviata faccio fatica a ritagliarmi un angustissimo spazio e poi, quando finalmente, dopo mille esitazioni riesco a esordire con il mio intervento, allora normalmente è successo che uno degli interlocutori con tono fermo ha ripreso a parlare sovrapponendo perfettamente le sue parole alle mie, di modo che a nessuno dei presenti sia stata data la possibilità di accorgersi che io abbia proferito verbo, e il dialogo continua ignorante della mia presenza.
Un’altra cosa che rende conto della mia timidezza è il mio approccio con le persone “straripanti”, prendiamo per esempio la segretaria del mio ufficio. Sta tipa mi ha preso per qualche motivo in simpatia, così ogni tanto, quando passa di qua col blocco delle trasferte e dei permessi, entra nel nostro ufficio e si mette a raccontarmi qualcosa della sua vita privata che io non le ho assolutamente chiesto e a proposito del quale nulla ho fatto che potesse solo indurle il dubbio che io fossi effettivamente interessato ad ascoltarla. E la cosa che rende la situazione veramente grottesca è che una volta che ha iniziato a parlare non c’è verso di fermarla e va avanti per multipli di venti minuti. Così, che siano la settimana bianca, la ricetta per cucinare lo stocafisso accomodato o le sue personali opinioni (e mi permetto di aggiungere “discutibili”) su come risolvere il problema del traffico in città con beneficio di tutti, io rimango prigioniero di una situazione kafkiana. Il suo modo di fare arrembante, ma comunque sempre riguardoso nei miei confronti, mi impedisce di interromperla per dire “scusami al momento ho qualcosa da fare, possiamo parlarne più tardi?” / “Permettimi, ma non sono effettivamente interessato a questo argomento” / “Scusa, ma hai rotto il cazzo, gira alla larga che ho cose più importanti da fare che non sorbirmi le tue minchiate”.

Potrei andare avanti a lungo a disquisire a proposito della mia timidezza e di tutte le mie altre turbe (d’altronde perdermi nelle mie turbe non è che la più gettonata delle mie turbe), ma come sapete difficilmente riesco a rimanere padrone del filo del discorso per più di poche righe: è ormai un leit-motif il gesto di Illi che, mentre parlo, con l’indice della mano destra disegna improbabili percorsi in aria, accompagnando il gesto con un canticchiato ronzio “ze zze ze”. Si tratta del mimo de ”il volo della mosca” che, nella sua personale opinione, per me come succede per i gatti, è espediente sufficiente a distrarli anche dalle loro più concentrate occupazioni.

Dunque vorrei spostare il baricentro del discorso sul concetto di sillogismo, già afrontato in precedenza, perché me ne è venuto in mente un altro (che segue il “sembro timido, nel mondo dell’apparenza sembrare e essere coincidono, sono timido”), frutto di altra sudata conquista intellettuale, quello sul rapporto tra cultura e ignoranza.
Con l’abitudine mi sono reso conto che più cose imparo e meglio mi accorgo di quanto sia esteso il mondo del sapere oltre i miei personali limiti, di quanto sia profondo il baratro della mia ignoranza e di quanto sia grande il vuoto che mi separa dai confini più prossimi della conoscenza.

Di conseguenza se estramizzassi il concetto dicendo che -gergalmente- sentirsi ignorante ed essere tale, sono due stati dell’essere che tendono a coincidere, operazione tutto sommato lecita, vista l’innegabile relatività posta alla base della parola “Ignoranza”, allora potrei chiudere il cerchio concludendo “più imparo e più divento ignorante” ovviamente leggibile anche come “più studi e meno saprai” da cui “cosa studi a fare”, da cui “siediti che ti passa”.