14 marzo 2007

Segui pure il coniglio bianco, tanto è inutile

Del cappio della cravatta e dell’unico modo rimasto di trasgredire

Non so se un vestito “elegante” conferisca maggior dignità/prestigio alla persona che lo indossa, anzi in realtà si tratta di un interrogativo sul quale mi sono arrovellato più e più volte senza mai aver sciolto i miei dubbi a riguardo (nonostante parecchie ore e mezz’ore siano rimaste esangui sul campo di battaglia).

Qualcuno dice che io, vestito elegante, sto bene. La cosa mi consola solo fino a un certo punto, un po’ come dire a un carcerato “le righe orizzonatali ti donano, sembri meno magro”. Questo perché, di fatto, io ho sempre apprezzato la libertà di non vestirmi “elegante”. Che non vuol dire conciarmi come uno straccione, essere sciatto, trascurato o trasandato, vuol dire semplicemente vestirsi ignorando un codice che prevede norme molto rigide per comporre l’abbigliamento di un individuo a partire da un insieme ben definito e delimitato di capi, le cui caratteristiche si estendono in uno spazio decisamente angusto e le cui relazioni sono stilisticamente e cromaticamente predeterminate. Probabilmente, non lo escludo, sono portato a rifiutare quel “codice” non per un innato spirito libertario che mi invita a non piegarmi ai compromessi che la nostra cultura di cittadini e ancor prima “consumatori alla ricerca della felicità ovvero del profitto e della affermazione personale a discapito, ancor prima che a riguardo, degli altri”, ma piuttosto per accettare e conformarmi a un altro “codice” che, probabilmente, è stato proposto con un linguaggio più suadente alle mie orecchie.
Infatti, parlando del mio “modo di vestire”, probabilmente non è che una delle tante divagazioni della moda commerciale, anch’essa altrettanto rigidamente codificata e più conforme alle mie inclinazioni, forse soltanto perché proposta attraverso modelli in cui io sono riuscito meglio ad identificarmi.
Poi, penso anche a chi rigetta certi codici e mi rendo conto che la trasgressione di alcune regole, anch’essa è assolutamente codificata. Uno dei drammi della nostra epoca, che svuota di significato in partenza tante battaglie, è proprio che la trasgressione sia diventato un fenomeno meramente commerciale. E trasgressivo non è semplicemente di moda, è addirittura fuori moda il “non trasgressivo”. Ma questo è uno dei miei cavalli di battaglia e ora non è di questo che voglio parlarvi, restiamo sul tema abbigliamento (Illi sarebbe orgogliosa di me, ho appena rigettato la tentazione di cambiare discorso, sta succedendo, sto maturando!). Allora riprendiamo il filo del discorso.
Tanti ragazzi che si professano immuni alle più commerciali e passeggere mode comportamentali reagiscono ad esse abbigliandosi in una maniera che da esse si esime, ma semplicemente per rispondere a un differente modello. Cosa posso desumere da questo? Che noi non siamo liberi di esprimerci e che in qualunque direzione rivolgiamo la nostra espressività ci stiamo comunque riferendo a modelli chiaramente codificati. Dunque non ci rimane che saltare da un modello all’altro? Certi schemi crollano nell’esatto momento in cui ci si rende conto delle regole su cui si fondano e dei contorni in cui si definiscono. Per i sogni è così ad esempio. Quando, durante un sogno, ci rendiamo conto di stare vivendo un sogno, la fittizia realtà che ci circonda crolla. Da quel momento possiamo scegliere se svegliarci, proseguire il sogno imponendo le nostre regole (a questo punto si parla però di un particolare tipo di sogno, il sogno lucido), di salvare la partita o cambiare canale. E (semplificando molto) qualche volta è stato così anche per i regimi totalitari: quando la popolazione ha preso atto della situazione di bieco sfruttamento in cui versava, controllata da una massa arrogante di despoti, allora sono scoppiate rivoluzioni che hanno travolto quegli stessi regimi. Ma trancio in tronco la seconda divagazione (oggi mi sento decisamente in forma) e torno "a palla" sul tema del post. Questo non vale infatti per la moda e in particolar modo per quella che ha per oggetto il nostro modo di vestire. Anzi, al contrario, non vedo vie d’uscita se non spiragli troppo stretti.
Esasperando il mio ragionamento, mi viene da pensare, che escono fuori dal “codice” solo coloro che sono insensibili ai modelli che i media (in tutte le loro possibili tentacolari ramificazioni) direttamente o indirettamente ci propongono e ci impongono (il campo si riduce a un numero decisamente esiguo di persone). E come controprova, per individuare questi “anarchici” si potrebbe individuarli come quelli che, chiunque segua un codice (incarni l’espressione di una moda) non li riconosca come appartenti alla propria categoria.
Nel caso dell’abbigliamento allora, potremmo concludere che gli unici realmente liberi sono quelli che sono riconosciuti come mal vestiti o meglio non sono riconosciuti come vestiti da praticamente tutti gli altri. In questa categoria però riesco ad includere solo i veri straccioni e gli uomini nudi.
Devo dunque aspettare l’autobus alla fermata con gli zebedei che oscillano al soffio flebile del vento per sentirmi veramente libero? Il prezzo della libertà è lo scotto dell’umiliazione? Ma fino a che punto l’anticonformismo è una via d’uscita e non una trappola che porta a un nuovo “codice”? Fino al momento in cui si ignora coscientemente il codice che ci circonda. Ma questo, come avrete capito anche voi, nel mondo dei media globali è impossibile. Insomma, la prova della forza del sistema è nella sua capillare diffusione prima che nelle nostre abitudini e nei nostri gesti, nei nostri pensieri.
Se non ne siamo coscienti lo assecondiamo, se ne siamo coscienti continuiamo ad assecondarlo conformandoci ad esso o ostinandoci a negarlo. Comunque ci condiziona. Comunque il sistema vince. Ma questo non è il mio blog, ma il film Matrix, quindi vi devo lasciare per correre a rispondere al telefono che squilla insistentemente nella cabina all’angolo della strada.

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