27 luglio 2007

I brevissimi attimi di lucidità, il posteggio dell’automobile e l’amara constatazione che non v’è alcuno scampo

Sono sempre afflitto quando devo constatare che non c’è alcuno scampo, soprattutto se sono venuto al ristorante proprio per gustarmi una frittura di scampi e gamberi. Tralasciando la peggiore ironia anticipo che nelle righe che seguono parlerò di pubblicità alla luce del regolamento recentemente approvato dalla commissione europea. Inoltre, cercherò di dimostrarvi perché ai miei occhi la pubblicità non è l’anima del commercio ma commercio di anime. Per rendere la cosa un po’ più interessante mi lascerò andare qua e là a futili divagazioni su sesso tantrico, quello che la vostra ragazza non vi dice e l’ingrediente segreto delle ricette afrodisiache azteche, buona lettura!

Nei miei brevissimi attimi di lucidità sono preda di un dubbio angosciante: “l’ho chiusa la macchina, vero?”
Anche se in realtà questo non c’entra nulla, perché io volevo parlare piuttosto dei brevissimi attimi di lucidità in cui prendo coscienza di essere sottoposto a continui più o meno espliciti messaggi pubblicitari, tengo a dirvi, per concludere questa iniziale parentesi, che la sottile insinuazione del mio cervello mi porta il più delle volte a tornare sui miei passi per verificare l’effettiva chiusura dell’automobile.
Che normalmente poi si rivela chiusa.
Anche se, in almeno una occasione, era aperta, una volta avevo anche lasciato il mazzo di chiavi sul tetto e un’altra volta tornando sui miei passi ho trovato per terra avvolte in un elastico due banconote da cinqueeuro: da quel momento considero l’insorgere del dubbio come un provvidenziale segno del destino che non mi arrischio mai ad ignorare.
Dunque non posso che leggere come gesto di gratuita cattiveria degli Dei il loro insistere a inculcarmi il dubbio anche quando sono ormai troppo lontano dall’automobile. Tipo, sei in teatro, al cinema o sul treno: il dubbio in quel caso non ha valenza salvifica perché comunque ti aggredisce in un contesto in cui non puoi assecondarlo. E il fatto stesso che tu debba ignorarlo coscientemente ti precipita in un abisso d’ansia e tormenti che passa come uno schiacciasassi sulla sagace trama del film giallo. Tu a quel punto ti accorgi di essere completamente estraniato dal presente e ti vedi seduto nella sala buia che ingurgiti popcorn, nello scompartimento del treno che annuisci alla signora che sta parlando con te, nel bagno del teatro che ti fumi una sigaretta, mentre dei bruti, di fronte alla tua deliberata impotenza, stanno abusando di Lei con efferatezza e sfregio. La sofferenza si prolunga inevitabilmente fino al catartico momento in cui non rivedrai coi tuoi stessi occhi il lungo cofano e la sagoma aerodinamica della tua adorata Panda 30. Ma lasciamo perdere le gloriose Fiat dei ruggenti anni ottanta e tutte le macchine parcheggiate (tanto prima o poi ci ritorneremo, è un argomento che mi sta molto a cuore) per entrare nel pieno del discorso e affrontare il demonio nella mia personale proiezione: la tentacolare e metamorfica pubblicità, nella sua più molesta incarnazione, quella “catodica”.

Lo spunto è l’ultima trovata (leggi legge) della Commissione Europea (lieve cenno del capo). Pare che la gentilissima Signora Vivianne Reading, Commissario Europeo alle Comunicazioni abbia presentato all’onorevole parlamento europeo (che lo ha approvato a larga maggioranza) un testo in cui sono ridefiniti i parametri che regolano le interruzioni pubblicitarie nel flusso della programmazione televisiva. A quanto riportato in un breve trafiletto in fondo alla quinta pagina dei principali quotidiani, schiacciato tra le avvenenti tette e il ricoperto al cioccolato di Eva Longoria (effettivamente non riesco a capacitarmi di come il mio sguardo sia riuscito a finire proprio sull’articolo), la norma recentemente approvata cambia la densità e la distribuzione della pubblicità all’interno di un contenitore. Sommariamente possiamo riassumere gli effetti come segue:
1. le interruzioni saranno più brevi ma più frequenti,
2. non ci saranno particolari limiti all’uso di bambini in pubblicità, né all’uso di pubblicità all’interno di trasmissioni per bambini (unica eccezione per i “junk food”),
3. saranno consentite pubblicità split screen (schermo diviso, mentre da una parte prosegue la trasmissione nell’altra va in onda una pubblicità) sovraimpressioni e televendite senza che queste vadano a pesare sul monte pubblicitario vincolato ai parametri di legge.

Tutto questo, che ai miei occhi miopi di analista superficiale si traduce nelle parole “molta più pubblicità in TV”, partendo dal postulato che impone una sostanziale equiparazione del concetto di pubblicità a quello di produttività (che sottintende la pericolosissima ma ormai scontata equazione di cittadino = consumatore).
A questo punto nessuno di voi riuscirà a trattenermi da un breve sproloquio (la macchina è posteggiata sotto casa e sono sicuro di aver costatato l’effettiva chiusura delle portiere) nel quale cercherò di farvi capire perché nutro tanto astio nei confronti della tanto amata reclam.
Non tanto perché irrompe bruscamente nel film mentre i due protagonisti stanno per fare sesso o mentre le mani si sciolgono lentamente e non si capisce se il tipo precipitando giù dalla rupe troverà qualche appiglio, o morirà orribilmente sfracellato, o non soltanto.
Piuttosto perché nell’ordine di aumentare le proprie capacità persuasive fa leva sui miei (e vostri) istinti più biechi, e non solo.
La cosa che più di tutte me la rende odiosa è il suo mirabile funzionamento. Io stesso, primo accusatore, non sono che una delle tante vittime.
Chiarisco subito con un esempio: io non riesco a comprare una bibita gasata che non sia reclamizzata in televisione.
Aggirandomi cauto tra gli scaffali del supermercato, ci provo sempre a prendere in mano la bottiglia della gazzosa, il chinotto o la spuma. Le soppeso, leggo l’etichetta con sguardo perplesso, tasto con mano la ruvidità della plastica e la sinuosità della bottiglia, ma non c’è verso, nel carrello finisce sempre la Cocacola. O la Sprite. O se proprio oggi mi sento un anarchico la Pepsi e la Sevenup. E questo perché? Perché sono vittima di una martellante campagna pubblicitaria che mi ha inculcato un concetto sinistro: non quello “la Coca è la più buona”, né “la Coca è la più dissetante”, ma un altro che subdolamente si nasconde tra questi due e recita sibillino: tu puoi prendere un prodotto che non è di marca, ma tutti i tuoi ospiti si scambieranno sguardi imbarazzati e penseranno di trovarsi a una festa nella sala parrocchiale e tu farai la figura del perdente, perché lo sappiamo tutti “se sei davvero cool bevi soltanto Cocacola”. Perché nella società dell’apparenza se vogliamo affermare le nostre qualità prima ancora che coi nostri gesti dobbiamo farlo attraverso i prodotti che utilizziamo.
“Se sei davvero cool bevi soltanto Cocacola” sta davanti a “La Cocacola è davvero cool” e dietro a “Se non bevi Cocacola non sei affatto cool (e tutti ne avranno palese evidenza)”.
Perché? La risposta è semplice, nella società dei consumi i consumatori non sono che una proiezione dei loro stessi consumi. Siamo il nostro orologio, siamo la nostra automobile, siamo la nostra maglietta e il nostro profumo. E queste purtroppo non sono solo mie argute deduzioni ma si avvicinano pericolosamente agli slogan che scorrono sotto le immagini patinate dei Prodotti. Nelle campagne pubblicitarie sempre più aggressive gli slogan si sono fatti sfacciati, non hanno bisogno di essere sibillini e sono brutalmente espliciti, ma ormai ne siamo talmente assuefatti che non se ne è accorto quasi nessuno.
To be continued.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

la cocacola non si beve!

Anonimo ha detto...

Mah! io vedo la tua scelta (CocaCola) sotto un altro punto di vista. Non è che lo fai solo per smantellare agli occhi dei presenti a cui la offri il teorema genovese=tirchio???