13 dicembre 2006

87 secondi di tempo Reale

se fossi un pittore questo sarebbe uno schizzo, nulla di più dell'ispirazione e dell’istante di vita che l'ha suscitata

Le porte del settimo vagone di testa si aprono a fisarmonica sferragliando. Dal treno scende un ragazzo con una giacca a vento e la borsa a tracolla. Dietro di lui una signora anziana che affronta i gradini appoggiandosi all’ombrello, un bambino della scuola media, sopraffatto dal proprio zaino, un uomo con l’impermeabile e la coppola, che tiene il giornale piegato sotto il braccio. La gente è già iniziata a salire quando la ragazza si affaccia trafelata sulla porta. Indossa un piumino corto alla vita, i capelli cadono sciolti sul cappuccio e la borsa le sta scivolando dalla spalla. Dicendo permesso si fa strada tra la gente che sale lagnandosi, senza cercare lo sguardo di nessuno, evitando il contatto coi corpi. Il ragazzo si guarda intorno al centro della banchina, sistemandosi per bene la sciarpa sotto il bavero della giacca a vento. La ragazza, sopraggiunta alle sue spalle, gli piglia la mano. Lui, senza girare la testa, con uno strattone la tira a sé e se la porta davanti. Lei si lascia stringere, e tiene le mani chiuse a pugno sul seno. Si mette in punta di piedi e piega leggermente il capo, preparando un bacio che vibra come si sferra un colpo, come la beccata di una rondine, come l’affondo di un fioretto. Lui la guarda stringendo gli occhi come per mettere a fuoco, come per fare la faccia pensierosa. Mentre lei fa il gesto di allontanare la schiena premendo coi pugni sul suo petto, lui protende il capo e la bacia sulla bocca. Lei si lascia baciare e intanto ha chiuso gli occhi. Poi, piano piano, si allontanano. Lui sta allentando la stretta dell’abbraccio e lei si lascia scivolare. I corpi si separano e lei ride mentre la sua schiena si inclina all’indietro: ha spostato l’equilibrio dalle punte ai tacchi. I due ragazzi per un attimo, agli occhi di chi li cogliesse di profilo, sarebbero le lancette dell’orologio a mezzogiorno e cinque. Lei lo guarda e ride, lui fa la faccia seria, serra le mascelle e accenna il gesto di lasciarla cadere. Lei gli leva la mano dal fianco e fa una piroetta su se stessa per divincolarsi, scioglie l’abbraccio e si prende la sua mano tra le mani. La porta vicino alle labbra, ci soffia sopra e dalla bocca esce fuori il fumo: è inverno e l’aria fredda divora il fiato. Ora è lui che sorride, ma lei gli volta le spalle e calibra i passi in una corsetta tra le persone che salgono dalla fretta del sottopassaggio. Lui è rimasto fermo a guardarla con la giacca a vento aperta, la sciarpa che pende, la borsa sulla spalla. Lei si gira di scatto e saluta aprendo e chiudendo le dita sul palmo. La voce dice ciao! ci vediamo più tardi. Sono le prime parole pronunciate in quel lungo dialogo e lui, che è lontano, non le sente. Poi si infila nel cunicolo delle scale che portano al sottopasso della stazione. Lui saluta ruotando la mano, ma lei si è già girata e intanto gli scappa un sorriso, che non serve a nessuno e di cui neppure lui si accorge. Poi chiude la cerniera e riprende il cammino verso l’altra uscita della stazione ferroviaria, quella a cui si accede direttamente dal binario numero sei. Getta uno sguardo tra la gente che va avanti e indietro sulla banchina ma non riconosce nessuno. Si tira su la sciarpa sul mento e sulle labbra e sente la voce che dice Hai sbagliato direzione... Vai dall’altra parte! Un uomo con i baffi e gli occhiali da vista affiancandolo nel passo gli sorride. Tanto va a lavorare anche lei, il ragazzo sussurra dietro la sciarpa e, nel dubbio di non essere stato sentito, per non ripetere le parole, accenna un gesto di indifferenza scrollando le spalle. L’uomo coi baffi guarda avanti e, col tono di chi riflette tra sé, dice a voce alta: Lavorare, che vizio da poveri. Il ragazzo non risponde, ma adesso sta sorridendo, sotto la sciarpa. Sono arrivati alla fine del binario, mentre il treno si è rimpicciolito stringendosi in un puntino all'orizzonte loro imboccano le scalette e scompaiono pezzo a pezzo, verticalmente. Prima le caviglie e le gambe, poi la vita, poi il busto, poi le spalle e infine le teste e i ciuffi. L’altoparlante della stazione annuncia rauco cinque minuti di ritardo.

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