28 novembre 2006

Se permetti, io mi vado a prendere un altro drink...

dove fallisce miseramente il mio tentativo di presentarmi e di indagare le ragioni che mi hanno portato alla pubblicazione del blog,
dove viene svelata la natura del titolo e si solleva il velo sulle intime ragioni alla base dei miei più radicati complessi,
dove si svela il nome dell'assassino di J.F.Kennedy e si illustra minuziosamente la tecnica tailandese per far impazzire di piacere una donna con la sola imposizione dello sguardo


Non so precisamente come ci sono finito qui.
Penso che sia una questione di vanità (specchio, specchio delle mie brame...), dietro alla naturale esigenza di raccontarsi c'è sempre la vanità e l'orgoglio di chi si vede davanti a una platea.
O forse semplicemente il sogno. Non contagiamo di orgoglio quello che è semplicemente sogno, desiderio allo stato puro, da mordere e mangiare con le mani, riempire gli occhi di cose luccicantine, fare piangere forte e ridere a squarciagola. Acqua fresca da bere alla fontana, dopo una corsa, i pomeriggi sudati le estati della scuola, sperperate a consumare la gomma bianca delle Stan Smith sull'asfalto ruvido correndo dietro a dodicimilalire raccolte a colletta e capitalizzate in un Tango visto che l'ultimo, cioè quello di ieri, è finito nella villa dietro la rete e - ormai ce ne saranno dieci lì ma tanto non ce li ridanno più - e - certo che tu c'hai proprio un piede a banana - e - io col cane non ci entro nel giardino - ...
Ma dove eravamo rimasti? Insomma sto divagando! Chi mi conosce, conosce soprattutto i miei vizi (c'è altro?) e probabilmente, in un qualche modo li tollera (pia illusione) o ne è assuefatto (ipotesi plausibile), chi non mi conosce, penso avrà già smesso di leggere da un pezzo (o ha chiuso la finestra con un click stizzito, oppure sta già sbavando sulla tastiera, addormentato nella noia di parole fuori posto e si sveglierà con un cruciverba YTREWQ stampato sulla fronte)...
Facciamo così, ricominciamo da capo.

Non so precisamente come ci sono finito qui (l'inizio non mi sembrava male, adoro mischiare le connotazioni spaziali con quelle temporali con quelle iperspaziotemporali, poi, forse, dovrei proseguire con una presentazione, ma io odio le presentazioni... sono quelle cose in cui uno dovrebbe dare la migliore impressione di sé e cercare di farlo nel (brevissimo) intervallo di tempo sufficiente ai due occhi che vi stanno puntando per formulare un giudizio -tranciante per lo più- che vi rimarrà attaccato addosso come le etichette col prezzo che penzolano dai pantaloni nuovi che, uscendo di fretta rincorrendo il proprio ritardo, vi siete dimenticati di tagliare con la forbice. Se dovessi descrivere la dinamica di una buona presentazione penso che farei la mia discreta figura, il problema è la pratica (ma questo è il ritornello della mia vita). Eccone, a dimostrazione, gli ingredienti: un buon sorriso, una solida stretta di mano/un delicato accostamento di guance accompagnato da lieve schiudersi delle labbra (mi rifiuto di definire questo gesto con l’appellativo di ”bacio sulla guancia”), la pronuncia del proprio nome, ben scandita accompagnata da uno sguardo sicuro lanciato dritto verso i due inquisitori.
E già non ci siamo.
Lasciando stare che se devo darvi un "bacio sulla guancia" rischiate un trauma cranico al lobo occipitale, che trovo molto difficile calibrare la giusta stretta di mano, che io non sono fisicamente in grado di produrmi in quell'espressione del volto ai più nota come sorriso (chiedetelo a quei penosi che hanno cercato di scattarmi una foto in posa), il vero dramma è che non riesco in alcun modo a fare capire al mio interlocutore le prime parole di ogni mio discorso (!).
Dunque, quando il “discorso” si riduce alla successione di pochi termini come nel caso dell'accoppiata nome e cognome piuttosto che nell'ordinazione di una pizza al cameriere, il contenuto informativo veicolato alla controparte risulta del tutto nullo. Poi, che dicendo "per me una diavola" il cameriere mi ripeta aggrottando le sopracciglia "melanzane, peperoni e provola?" ormai ci sono abituato, ma al fatto che la gente ripeta (e lo faccia per di più con aria di conquista) il mio nome&cognome orribilmente storpiato, be', no.
A questo non mi ci abituerò mai (anche se ammetto a mia parziale discolpa che avere un cognome straniero non mi aiuti).
Qualcuno sostiene che si tratti del mio tono di voce, troppo basso, qualcun altro insinua che io non scandisco bene le parole, mentre un'ultima accreditata versione focalizza il problema nel fatto che, pronunciando i termini con un impercettibile movimento delle labbra, neghi all’uditore il riscontro labiale di quanto io stia dicendo. Più probabilmente il motivo è una somma di queste e svariate altre ipotesi (vi risparmio le più improbabili).
Un altro odioso effetto collaterale dei miei "disturbi di comunicazione" si verifica quando mi produco nell’esercizio di una battuta di humor in un ambiente “ostile”. Premesso che disprezzo l’atteggiamento del giullare e di quello che cerca facili consensi elargendo eccessivi sorrisi (tutto in me cerca di negare il postulato che la realtà quotidianamente si ostina a sbattermi contro il grugno: “la vera simpatia è quella che susciti tuo malgrado”) le battute che trovo più divertenti sono quelle pronunciate con aria di rassegnazione o di calcolata elucubrazione. A questo punto, il fatto che le persone dinnanzi a me non abbiano più che una vaga idea di chi effettivamente sia l’individuo che si trovano davanti (sebbene abbiano già accumulato una serie di pregiudizi - è possibile che sia preceduta una presentazione…-), né tanto meno delle intenzioni che la animano (l’ironia e il sarcasmo sono la mia spada e la mia forchetta), aggiunto al fatto che le mie parole (sempre che siano effettivamente comprese) non saranno appoggiata da alcuno sforzo di sorriso (ma anzi da una delle due truci espressioni di cui sopra) fa sì che queste propendano per considerare il mio sottile tentativo di raffinato umorismo come un maldestro tentativo di esprimermi in un’acuta osservazione o l’esecrabile tentativo di condividere una banale ovvietà.
Non solo in questo modo mi si va a privare della meritata soddisfazione di una risata sincera, ma il più delle volte non mi si risparmia neppure il lieve cenno del capo (segno di meditato accordo) piuttosto che la pacca sulla spalle e il sospiro complice (sfogo del disagio e della rassegnazione come uniche risposte davanti all'inarrestabile indurimento dei tempi) generalmente seguito da un’espressione fatalistica tipo “e che ci vuoi fare” che apre la strada a un “se permetti io mi vado a prendere un altro drink”...
Ma per quale dannato motivo mi trovo a parlare dei miei problemi di comunicazione / interazione sociale?
E' successo di nuovo!
Lo sapevo, ho divagato...
Dove eravamo rimasti?
Dentro a una parentesi, siamo ancora dentro alla parentesi di commento alla prima riga del secondo tentavo di scrivere il primo post…
Bene, allora iniziamo subito col chiudere questa benedetta parentesi ).
E ora che ne siamo finalmente usciti fuori (iniziavo a essere claustrofobico) ripartiamo col terzo e ultimo tentativo.

Non so precisamente come ci sono finito qui.
Ma visto che sto inaugurando la mia linea virtuosa vi risparmio inutili fandonie, salto a piè pari la presentazione e arrivo dritto allo scopo. Oggi inauguro questo spazio virtuale che saltuariamente verrò a riempire con quello che mi passerà per la mente, per raccontarvi di me, per condividere con voi qualcosa che mi sono trovato tra le mani, per tenere più vicine le tante persone care “lontane” (mi mancate tutti tanto, eccetto quelle di voi di cui mi sono completamente dimenticato…), per sfogarmi, per farvi assaggiare qualcuna delle mie elucubrazioni e conoscere i vostri pareri in proposito, per passare il tempo. Ma in realtà il tempo passa comunque, anche, e soprattutto, quando siamo seduti sul divano, sdraiati sul letto, quando la testa ci penzola davanti al monitor (…), quando siamo bloccati nel traffico, alla stazione del treno, in coda alla posta... Ma tutto questo, ovviamente, non c'entra.
Dove eravamo rimasti?

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